Un po’ palestra, un po’ discoteca: allenati come se fossi sul dancefloor

C’è un motivo se correre con le cuffie ci piace tantissimo e lo spinning con lo stereo a palla è più sostenibile: la musica durante l’allenamento ci fa sentire forti, energici, motivati e può persino migliorare le nostre prestazioni. Questo spiega perché oggi le palestre non si limitano a usare impianti audio potenti ma si evolvono, spingendo con maggiore forza verso l’universo musicale, fino a trasformarsi, quasi, in discoteche. Infatti, vediamo sempre più sale spinning con luci stroboscopiche, Pilates con DJ set, yoga con live music… I contesti in cui note e sport si incrociano iniziano a moltiplicarsi.

«Non è solo marketing», conferma Johnny Padulo, ricercatore e docente di Scienze dell’esercizio fisico e dello sport all’Università Statale di Milano, autore di studi sul tema. «Dietro questa trasformazione c’è una base scientifica che spiega perché allenarsi a ritmo ci fa sentire meglio e stancare meno». Ma cosa succede quando sudiamo con le nostre playlist preferite? E perché le palestre stanno cavalcando l’onda del “Music Fitness”?

Il segreto si chiama “strategia dissociativa”

La spiegazione di questo successo sta in gran parte nella nostra testa. «Il cervello è ipersensibile agli stimoli musicali perché note e canzoni attivano contemporaneamente aree diverse: il sistema limbico deputato alle emozioni, i gangli della base che gestiscono i movimenti automatici, il cervelletto che comanda la coordinazione e le aree motorie che pianificano il gesto», spiega il professor Padulo. «Quando ascoltiamo musica durante l’esercizio, la materia grigia è così impegnata a elaborare ritmo e melodia che diventa quasi impossibile ignorare questi stimoli. Aggiungendo le luci dinamiche si crea un ambiente multisensoriale che cattura ancora di più l’attenzione. Tutto questo ci distrae dalla fatica dello sforzo fisico. È la cosiddetta strategia dissociativa: più il cervello processa stimoli esterni piacevoli, meno spazio resta per i segnali di affaticamento muscolare». Proprio su questa base sono nate discipline come Zumba, group cycling e step coreografato.

In sincronia con il cuore

A trarre maggior beneficio dalla strategia dissociativa prodotta dalla musica sono soprattutto le attività cicliche e ripetitive, quelle che possono andare al ritmo dei BPM (dall’inglese Beats per Minute, in pratica i battiti al minuto della musica). «Lo spinning è il candidato ideale, perché la pedalata si adatta naturalmente al ritmo. Bene anche il functional training con circuiti a tempo», suggerisce l’esperto. E, naturalmente, anche corsa e camminata, con tutte le loro varianti: sulle piattaforme di streaming musicali esistono decine di playlist dal titolo “190 BPM”, “180 BPM” e così via, con il mix dei brani preferiti adatti al proprio livello.

Più il gesto è ciclico e automatizzato, più la sincronizzazione produce benefici misurabili. Per discipline come yoga e Pilates, invece, il discorso cambia: la musica serve a creare atmosfera, non a dettare il ritmo. Mentre per gli esercizi complessi, come il sollevamento pesi, o quelli alla trave, bisogna stare attenti. La “distrazione” della musica potrebbe far sacrificare la qualità del movimento perché si è troppo concentrati a restare a tempo.

Le 7 note, doping legale

La scienza ci aiuta anche a capire se si tratta solo di una percezione, quindi di una sorta di “inganno” del nostro cervello, o se facciamo realmente meno fatica quando ci alleniamo ascoltando la musica. «Fatichiamo effettivamente meno, è stato dimostrato», afferma Johnny Padulo. «La musica è stata definita una “sostanza dopante legale” e nel 2007 la Federazione americana di atletica ha vietato l’uso di cuffie nelle gare ufficiali, riconoscendone l’effetto ergogenico, cioè migliorativo, reale. La sincronizzazione con il ritmo può ridurre il consumo di ossigeno del 7% e aumentare la resistenza fino al 15%».

In uno studio pubblicato su Frontiers in Psychology, Padulo e colleghi hanno anche misurato la percezione dello sforzo in alcune donne attive durante degli esercizi di resistenza e alta intensità. «Abbiamo preso in considerazione quattro condizioni: silenzio, BPM bassi (tra 90 e 110), medi (130-150) e alti (170-190). Nell’esercizio di resistenza la percezione dello sforzo si è ridotta dell’11% con l’ascolto di brani veloci. Nell’alta intensità la riduzione è stata più contenuta. Questo spiega che la musica funziona soprattutto quando lo sforzo è prolungato e moderato, perché il cervello ha ancora risorse da dedicare agli stimoli esterni. Con sforzi massimali, i segnali corporei diventano troppo forti per essere mascherati, anche se l’umore resta positivo». Per questo molti atleti, prima di una gara, ascoltano musica con le cuffie: non è un vezzo ma una preparazione mentale.

Da centro sportivo a soft club

L’intuizione delle palestre più evolute è stata trasformare l’evidenza scientifica in un’attrazione per i clienti. «La generazione social cerca esperienze collettive, momenti “instagrammabili”», riflette Padulo. «Aggiungiamo che circa il 50% delle persone abbandona un programma di attività fisica entro sei mesi e che i costi di tecnologia audio e luci sono crollati. Mettiamo insieme tutto e capiremo perché il mix spinto di musica e sport sta diventando un cambiamento epocale, basato sulla concezione del benessere come integrazione di corpo, mente e socialità». Ecco spiegato il successo delle sale fitness come soft clubbing: l’allenamento diventa un appuntamento atteso, invece di un obbligo. «Questo ha un grande valore in termini di salute pubblica. L’importante è che dietro luci e beat ci sia un programma di esercizi serio».

Disco beat e frullati proteici

Anche in Italia sono arrivati i Fitness Music Club, palestre che mettono insieme training e soft clubbing: hanno in comune vetrate oscurate, per farti dimenticare che ore sono fuori, playlist scelte con cura e live DJ, perché la musica non sia un sottofondo distratto ma “benzina” dell’allenamento. Il focus sulla community e l’ambiente ricorda l’aggregazione di un locale serale. Spesso, infatti, sono presenti anche bar interni che servono frullati proteici ed healthy drink. Da John Reed Fitness, pioniere europeo del genere, a Trieste e a Mestre, sembra di allenarsi in un club di Berlino, con interni che fondono street art e luci soffuse e una console al centro della sala pesi (johnreed.fitness).

Audace Palestre, a Milano e Torino, ha dedicato delle sale a specifici allenamenti di fitboxe con neon rossi e blu e musica disco (audaceclub.com). Dark Fit, in provincia di Alessandria e a Voghera, offre sale attrezzi dal design immersivo e accattivante: ogni giovedì i DJ resident trasformano l’area di allenamento in piste da ballo per specifici Music Workout (darkfit.it). Anche i celebri club Virgin Active hanno introdotto a Milano, Roma e Firenze eventi fitness serali con DJ set a bordo piscina o in sala pesi, e i loro corsi iconici di cycling indoor si svolgono in teatri musicali oscurati, con giochi di luce a tempo di musica (virginactive.it/attivita/cycle).

Tra spettacolo e sicurezza

L’allenamento con musica disco può avere un rovescio della medaglia: volumi molto alti sono in grado di causare danni uditivi; le luci stroboscopiche possono scatenare crisi in soggetti fotosensibili; un ambiente troppo stimolante maschera segnali di allarme come dolore e affaticamento eccessivo. Lo studio “The psychophysiological effects of different tempo music on endurance versus high-intensity performances”, pubblicato su Frontiers in Psychology, ha evidenziato come una percezione dello sforzo alterata dalla musica possa essere un’arma a doppio taglio: sentirsi meno stanchi non significa esserlo di meno. La frequenza cardiaca aumenta con i BPM indipendentemente dalla percezione. Per questo nei Fitness Music Club servono istruttori qualificati, programmi ben fatti e volumi sotto gli 85 decibel in caso di esposizioni prolungate.